Vogare alla veneta: i miei motivi

Perché amo la voga veneta
Ci sono giorni in cui la città sembra che ti si stringa addosso: traffico, rumori, motori che si accavallano senza ritmo.
La voga veneta è il mio modo di uscirne, di attraversare il caos senza farne parte.
Basta un remo, una barca leggera, e il mondo cambia passo. Non ci sono motori, non ci sono limiti imposti da altri: solo il corpo, l’acqua e la direzione che scegli.
Vogare è un gesto che libera. Ti porta fuori dalle regole del traffico e dentro un tempo più antico, dove il movimento è tuo e nessuno può accelerarlo o frenarlo al posto tuo. È un ritorno alla natura, al silenzio che non è assenza ma presenza: il fruscio dell’acqua, il vento che gira, una barena che emerge con la bassa marea. In quel silenzio senti di appartenere a qualcosa che non hai costruito tu, ma che ti accoglie.
È anche un’attività fisica che non pesa: il corpo lavora, respira, si allunga, ma non c’è competizione, non c’è fretta. C’è solo un equilibrio che si rinnova a ogni palata.
E poi c’è la tradizione, quella che rischia di perdersi se nessuno la vive davvero. Ogni volta che salgo in barca, sento di fare la mia parte: non per nostalgia, ma per continuità. Perché certi gesti non devono finire.
Amo la voga veneta perché mi restituisce un modo semplice e vero di stare al mondo. Mi ricorda che la libertà non è lontana: è a un remo di distanza. Soventte è proprio sull’acqua che le parole tornano a galla: la voga mi restituisce il silenzio in cui le storie trovano la loro voce.


