PERCHÉ SCRIVO
Perché scrivo
Scrivo da quando ero ragazzo, vale a dire praticamente da sempre.
All’inizio non lo chiamavo “scrivere”: era un modo per far scaturire le emozioni adolescenziali, per capire cosa mi stava succedendo dentro. Scrivevo ovunque. Una volta abbozzai una poesia sul retro del compito di matematica e me ne dimenticai prima di consegnarlo. Il mio primo elogio arrivò proprio da quell’insegnante, ma allora non capii il valore di quel gesto.
Col tempo ho compreso che quelle righe non erano solo un esercizio privato: erano il mio modo di stare al mondo. Le parole erano per me una forma di artigianato. Il mio primo artigianato. Il mio primo segno durevole.
Come il legno levigato di una forcola o la curva precisa di un remo, anche una frase può essere modellata finché non trova il suo equilibrio.
Scrivo perché ogni gesto creativo — un dipinto, una scultura, un libro — è una traccia che lasciamo dietro di noi. Una prova silenziosa del nostro passaggio, che altrimenti sarebbe vacuo.
Non mi interessa fissare qualcosa di definitivo o assoluto.

Mi basta farvi attraversare la laguna, le storie, le persone, i giorni; farvi sentire ciò che rappresentano per me.
E perché, quando una frase riesce a toccare qualcuno, anche solo per un istante, quella traccia diventa condivisa. Diventa viva.
Oggi ho iniziato a scrivere in modo più strutturato e professionale, con molta più consapevolezza.
Ma la motivazione è rimasta la stessa di quando avevo quindici anni:
vorrei lasciare un segno piccolo ma autentico nel mondo che attraverso, sperando che chi mi legge ritrovi almeno un frammento della serenità che la Laguna ha sempre donato a me.





